dal mio paese non potrò mai staccarmi
vivrò tra queste mura attaccato come "coronelle"
come potrei liberarmi
da quel cielo di stelle ribelli?
I suoi respiri come teneri abbracci
Saranno scudi nei giorni più tristi
Saranno forza a questi anni rimasti

Terranatia
IL VERNACOLO
"…sono un attore ma non so cosa sia il vernacolo" cosi rispose Andrea Occhipinti in diretta Rai 1, al festival di Sanremo quando mi chiese delle mie passioni oltre al cantare. Dissi che scrivevo libri e commedie in vernacolo.
Con i miei scritti non ho fatto altro che allestire una galleria d'arte delle radici.
Nel mio piccolo mondo antico ci torno più volte, ma oggi lo faccio sempre più spesso perché voglio che nessun computer rubi il mio pensiero, la mia anima. Questo mondo che sa di plastica e pubblicità mi ha fatto riscoprire ancora di più le radici e i suoi valori. I ragazzi non hanno tempo di mettersi  a pensare, ma dovranno pur sapere che le radici stanno alla base del fusto ed hanno la funzione di sostenere la pianta, di nutrirla e di assorbire sostanze necessarie per una buona crescita; senza passato non si costruisce futuro.
L'italiano è la lingua del dovere, il dialetto quella del sentimento, il nostro "TOCCHESE" è la lingua dell'amore viscerale, dell'amore "a farsi male" che molte volte rischia di annullarsi e di perdersi, troppo distratti da amori nuovi, attuali e senza anima.
Suggellarlo ed esporlo era ciò che dovevo fare a tutti i costi. Ho fermato il tempo, è stato necessario farlo;  i patrimoni non si calpestano.
Il "TOCCHESE", la lingua più originale del Sannio è un patrimonio artistico e va conservato.
Tutti i miei scritti in vernacolo, sono dipinti d'arte naif. Portarli alla luce è stato come allestire una galleria d'arte dell'anima, che veglia sulla nostra modernità; è stata la migliore soluzione per custodire le nostre radici. 




SPRAZZI DI…

Canzoni pettegole e di passioni

la mpaccera
la sposa
lo iocatore de tresette
tuocco bello
lu cuncirtino de paese
l'appriezzo



TOCCO CAUDIO
Centro in provincia di Benevento, 29 km a W del capoluogo omonimo, a 500 s.l.m., sul versante settentrionale del monte Taburno. Comune di 27,16 kmq con 1647 abitanti; produzione di olive, uva da vino, ortaggi e frutta. È stato gravemente danneggiato dal terremoto del Novembre 1980.  

STORIA
Le radici di questo paese, stando a quanto hanno riportato diversi storici, sembrano essere antichissime, ipotizzate fin dalla nascita della fortezza sannita ma purtroppo tutt'oggi non se ne riesce a dare conferma.
A tal proposito, si è preferito sviluppare una stratificazione storica attraverso varie e poche cartografie, infatti si e supposto un primo insediamento di epoca longobarda sulla base di semplicistiche ipotesi che, ansando a ritroso, prendono in esame il fulcro religioso, una porta un tempo un tempo esistente ed il tracciato a lisca di pesce tipico dei centri longobardi.
Il secondo insediamento coincide con il periodo compresa tra il XII e XIV secolo, quando si suppone ormai completata l'edificazione sul masso tufaceo.
La nascita dell'agglomerato Pisciariello e La Riola sembra essere avanzata intorno al 1500, questo lo si evince sia da documenti che dalla mancanza si spazi edificabili sul masso tufaceo.
Il terremoto del 1456 con le sue conseguenze, accompagnato dalla ormai lontana esigenza di doversi proteggere dalle incursioni dei popoli invasori, sembra aver dato adito alla scelta di ricostruire le abitazioni a valle.
In questo periodo sembra esistessero a Tocco diversi monumenti come il castello, di cui se ne accennavano le ipotesi di ricostruzione; la cattedrale di S.Pietro sita al polo opposto vicino alla "porta di basso" sulla quale era affisso lo stemma più antico di Tocco, raffigurante un leone; la chiesa di S.Maria, divenuta successivamente monastero, che si affacciava sull'attuale via S.Maria; la chiesa di S.Vincenzo, l'unica esistente tutt'oggi.
Si ritiene che la perdita di tutti questi monumenti sia stata causata dall'avvicendarsi di più terremoti, tra cui quelli del 1456 e del 1688.
L'esodo totale dal paese si è avuto successivamente al sisma del 1962 dando vita al nuovo centro, il quale si presenta diviso in più frazioni. 
ANATEMI
ti corcassi e non t'azassi 
(che tu possa andare a dormire e mai piu svegliarti)

ti pozza vini na correttera a musica, spitali chiusi e mmiedici malati
(che ti possa venire una diarrea a musica, che tu possa trovare ospedali chiusi e medici ammalati)

ti pozza sci na mbolla mmocca
n'ata ngulo e no cancaro a lengua

ti pozzano accide a te
a chi t'è muorto e a chi t'è stramuorto
dint'a chella fessa stretta de mammeta
spu manco na ponta d'aco pandè

non sereve che buoti e giri ca lu piro non è maturo
ce vole puro lu tiempo pe lo fa mmaturà

PROVERBI
chi de raffio fete de coltellaccio more
(chi di pugnale puzza di coltello muore)


chi rescponne a mamma e patre
spierto e minierto addo no nzape

l'afa de la sera
stipattella pe la mmatina

DETTI
scosta llà Pillirì
ca tatillo già c'è bbisto
sine sine Pippinè
si non guarda azzecca ccà
(allontanati Pellegrino che papà ci vede
si lo so Giuseppina, ma se non guarda avvicinati ancora)
Pote na mela
quanno cade da lu milo
Rullicà e fini vicino a lu piro?
Ruoccolo è figlio a rapa

chiove e ghiocca zi combà
ncasa e l'ati e male sta

Quanno tieni lo ppane e chea
Subito fai la cena

Giovanni de paparacianna
Si spusao na bella ciavarra…

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